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![]() La storia di Napoli
Settecento
Nell'attuazione di questi interventi fu quasi sempre costante il rifiuto da parte dei sovrani degli architetti locali; le scelte di Carlo si indirizzarono infatti inizialmente verso ingegneri militari ed architetti già attivi in ambito romano come Giovan Antonio Medrano e Antonio Canevari, tipici rappresentanti di un linguaggio retorico. Il re considerò invece con sospetto i massimi esponenti del tardo barocco napoletano, Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745) e Ferdinando Sanfelice (1675-1748), forse perché troppo compromessi con il passato viceregno austriaco. Il primo, pittore e scultore oltre che architetto, il secondo, aristocratico di raffinata cultura aperta alle esperienze mitteleuropee, avevano dispiegato la loro fantasiosa architettura, brillantemente definita atettonica, in una serie di palazzi nobiliari e di chiese, connotando vivacemente la Napoli del primo Settecento di quei caratteri di musicalità e di luminosità che tanta ammirazione destarono nei viaggiatori stranieri durante il corso del secolo. A Vaccaro Tra le sue prime opere architettoniche vanno annoverate la Cappella del Rosario nella Certosa di San Martino a Napoli, la Chiesa di San Michele Arcangelo ad Anacapri e soprattutto, la Chiesa della Concezione a Montecalvario a Napoli, senz'altro uno degli esempi più limpidi di architettura napoletana del Settecento. Sanfelice pittore, eccezionale progettista e scenografo seppe creare una corrente architettonica autonoma, che si rifaceva al Fanzago e al Barocco austriaco di Fisher Von Erlach. Era un'architettura interamente fondata sulla scenografia con l'obiettivo di suscitare stupore e ammirazione. sperimentò invece continue variazioni sul motivo della scala aperta nei suoi palazzi, tra cui quello di Serra di Cassano e il suo stesso palazzo ai Vergini; a lui devono inoltre ascriversi il rinnovamento radicale della chiesa della Nunziatella e la realizzazione di chiese come la poco nota Consolazione a Villanova e Santa Maria Succurre Miseris. L'architettura di Vaccaro e Sanfelice che si inserisce nella stratificazione irregolare dell'edilizia napoletana, , si colloca s' un binario opposto alla corrente ufficiale che a metà secolo, con la venuta di Ferdinando Fuga e Luigi Vanvitelli, già attivi alla corte papale, raggiunse uno stile adeguato ai valori che intendeva comunicare la committenza regia, improntato ad un tipo di classicismo austero e magniloquente. In sintonia con il classicismo di Vanvitelli, anche se in una posizione più appartata, si collocò Mario Goffredo (17181785). Tra gli interventi promossi da Carlo e poi da Ferdinando nella capitale sono da ricordare la trasformazione a partire dal 1735 in Real Museo Borbonico dell'edificio già adibito a Palazzo degli Studi, collocato in una posizione nodale tra via Foria e la salita che conduceva a Capodimonte. Anche il borgo di Chiaia venne risanato per colmata e collegato alla citta' tramite la strada di Mergellina, mentre l'allargamento e la ristrutturazione di via Foria consentirono il risanamento dei borghi di Sant'Antonio, Santa Maria dei Miracoli e di Santa Maria della sanita'. Tra il 1757 e il 1765 Luigi Vanvitelli realizzò l'emiciclo del Foro Carolino, attuale piazza Dante, mentre un'altra pubblica impresa di grandi dimensioni affidata a Ferdinando Fuga fu la costruzione dei Granili, poi andati distrutti, oltre il ponte della Maddalena, durante il regno di Ferdinando IV a partire dal 1778. Veramente formidabile fu la schiera di scultori e marmorari attivi sia per gli architetti locali che per quelli impegnati nell'edilizia ufficiale. Tra questi artisti, oltre allo stesso Domenico Antonio Vaccaro che attuò con estrema libertà la sua ricerca basata su una geniale commistione di pittura, scultura e architettura, emergono Matteo Bottiglieri (1684-1756) e Francesco Pagano (1764) autori delle statue della Guglia dell'Immacolata (1747-1750) in piazza del Gesù, autentica macchina da festa pietrificata. Ma sarà il grande Giuseppe Sanmartino (1720-1793) a caratterizzare il secondo Settecento con il suo linguaggio maestoso che passa da una intonazione ancora tardo-barocca ad una accademica compostezza in una serie di opere tra le quali ricordiamo per il Cristo velato, scultura in marmo realizzata nel 1753 per la cappella dei principi di Sangro di Sansevero a Napoli, Santa Maria della Pietà, meglio nota come Cappella Sansevero o "Pietatella". Capolavoro della scultura europea del Settecento, il gruppo con Sant'Agostino che calpesta l'eresia (Napoli, Sant'Agostino alla Zecca), la decorazione della chiesa dell'Annunziata (sotto la direzione di Luigi Vanvitelli) e, su disegno di Ferdinando Fuga, il monumento a Filippo di Borbone, figlio di Carlo III, nella basilica di Santa Chiara. e le sculture allusive alle virtù di Carlo di Borbone, collocate sull'emiciclo del Foro Carolino. Il sovrano non esitò invece ad avvalersi dei pittori napoletani che avevano ormai raggiunto una indiscussa fama internazionale. Così Francesco Solimena le tele di San Nicola alla Carità a Napoli e culminanti con gli affreschi rappresentanti le Virtù, che si trovano nella sacrestia di San Paolo Maggiore, mostrano un'adesione verso il gusto barocco romano misto alla tradizione pittorica napoletana. _In seguito si fa più evidente nella sua pittura l'approfondimento della formula di Mattia Preti in alcune pale come il Miracolo di S. Giovanni a Napoli all'ospedale di S. Maria della Pace e in San Francesco rinuncia al Sacerdozio sempre a Napoli, nella chiesa di S. Anna dei Lombardi, cercando un linguaggio alternativo a quello di Luca Giordano. Nello stesso tempo ricercò uno stile pittorico nuovo, che mirava alla nobilitazione della forma e ad un maggiore equilibrio compositivo; questa ricerca culmina con La cacciata di Eliodoro dal tempio a Napoli nella chiesa del Gesù Nuovo e negli affreschi della cappella di San Filippo Neri, nella chiesa dei Gerolamini (a Napoli)._Negli anni tra il 1734-35 si assiste ad un importante cambiamento nei modi di dipingere del maestro che si avvicina di più ai suoi lavori giovanili, questo è avvertibile nei dipinti che realizza per Carlo III di Borbone al palazzo Reale di Caserta. Francesco De Mura oltre a Domenico Antonio Vaccaro e ad altri pittori vennero chiamati per affrescare le sale del Palazzo Reale in occasione delle nozze di Carlo con Maria Amalia di Sassonia nel 1738. Francesco De Mura (1696-1782) intraprese l'apprendistato pittorico presso la bottega di Domenico Viola, ma ben presto passò a quella di Francesco Solimena, dove divenne tra gli interpreti più significativi del settecento napoletano. De Mura ne sviluppò le formulazioni di più luminosa e arcadica chiarezza in una chiave definita "metastasiana". Emblematica testimonianza del suo stile sono gli affreschi della volta e la controfacciata della chiesa dei Santi Severino e Sossio. Ad una fitta schiera di artisti formatisi con Solimena come Jacopo Cestaro, Domenico Mondo, Lorenzo de Caro e con lo stesso De Mura, come Giacinto Diano e Pietro Bardellino, si deve l'elaborazione di un linguaggio che riuscì a comporre le strutture compositive solimenesche con i toni della elegia arcadica demuriana, venendo incontro soprattutto alle esigenze della committenza religiosa. Mentre cari ad un collezionismo 'laico' di rappresentanti dell'alta borghesia e nobili illuminati saranno maestri come Filippo Falciatore e soprattutto Giuseppe Bonito e Gaspare Traversi. Dalla meta del secolo. l'influenza a Corte di Luigi Vanvitelli favorì l'affermazione di una tendenza di gusto orientata in senso decisamente classicista che ebbe tra i rappresentanti più significativi Sebastiano Conca e Corrado Giaquinto. Con la venuta a corte di Anton Raphael Mengs nel 1759 si apriva la via al Neoclassicismo; uno dei suoi rappresentanti, Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, fu nominato nel 1789 Direttore della Real Accademia del Disegno imprimendo a questa istituzione un indirizzo decisamente opposto a quello della scuola tardo, barocca e rococo napoletana. Durante la prima fase ferdinandea, si conseguirono obiettivi importanti, che lasciarono un segno indelebile. I teatri "storici" napoletani furono attivissimi: il Teatro Fiorentini, il Teatro del Fondo, Il teatro San Ferdinando e il teatro S.Carlino testimoniavano la "gioia di vivere" del popolo. Anche le attività musicali napoletane soprattutto di due geni della musica, Alessandro Scarlatti e Gioambattista Pergolesi l'arteffice dell'opera buffa napoletana. Gli ultimi grandi nomi del settecento furono quelli di Giovanni Paisello, autore di ben cento opere, e Domenico Cimarosa, artefice di compozioni briose, vivaci e scintillanti. |
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