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![]() La storia di Napoli
Età Barocca
Fra i nomi degli architetti di maggior spicco vanno ricordati quelli di Domenico Fontana e Cosimo Fonzaga fra le opere principali il palazzo dei Viceré in piazza Plebiscito eretto nel 1600-1602 dall'architetto di corte Domenico Fontana. Più volte rimaneggiato, del palazzo secentesco rimangono solo il cortile e la facciata (con le arcate chiuse dal Vanvitelli nel 1753 ed ornate nell'Ottocento con statue dei fondatori delle dinastie che regnarono su Napoli. In alcuni casi l'aristocrazia utilizzò strutture già esistenti nel tessuto urbano più qualificato e socialmente più rappresentativo, che poi ristrutturò e rimodernò su progetto di architetti di prima grandezza dell'ambiente napoletano. Il palazzo Firrao, su via Costantinopoli, ritenuto uno dei più rappresentativi dell'architettura rinascimentale del Seicento. La facciata è l'elemento di maggiore spicco, con i sei pilastri in bugnato posti su di un alta base ed arricchito da nicchie,vasi posti al centro dei timpani, balaustre e busti marmorei che ritraggono i regnanti di provenienza Austriaca. Palazzo Maddaloni monumentale edificio, costruito nel 1466 ristrutturando una preesistente struttura militare della quale ha inglobato alcuni elementi. Alcuni caratteri sono di gusto Catalano o Toscano. Singolare è la presenza nel cortile del calco di una testa di cavallo, il cui originale è conservato nel Museo Archeologico Nazionale, è un esempio di scultura classica, cui una credenza popolare - ritenendo che fosse opera del poeta latino Virgilio, considerato un mago - attribuiva la capacità di guarire i cavalli malati. Il Palazzo si trova nel cuore del Centro Antico di Napoli. Ma il fenomeno più vistoso di questo secolo è rappresentato dal ruolo della Chiesa che, all'indomani del Concilio di Trento, concentrò tutte le energie disponibili nello sforzo di affermare il proprio potere contro il pericolo dell'eresia protestante. Si crea così una stagione molto fertile per l'edilizia sacra, con nuove, o rinnovate strutture ecclesiali ed un numero di religiosi che crebbe vertiginosamente (circa 4600 alla meta del Seicento, rispetto ai 3700 del 1585). Citiamo alcune delle chiese costruite o rimodernate, per esempio: tra le realizzazioni più importanti della controriforma è la chiesa di Santa Maria della sanita', costruita nel 1602-13 da Giuseppe Donzelli (detto fra Nuvolo) e nota anche per la suggestiva decorazione esterna della cupola con piastrelle di maiolica gialla e verde, le due chiese del Gesù Vecchio e del Gesù Nuovo assieme al piccolo gioiello dell'Oratorio dei Nobili, gli scenografici complessi di San Paolo Maggiore, elevato su di un tempio romano dedicato ai Dioscuri, e dei Santi Apostoli sorta su fondazione del V secolo secondo il progetto di Francesco Grimaldi. Dell'inesauribile attività di Cosimo Fanzago ricordiamo solo le chiese dell'Ascensione a Chiaia, di Santa Teresa a Chiaia, di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. La chiesa, che dilagò nella citta' e ne influenzò, ogni suo aspetto fondamentale, ne sconvolse l'assetto urbanistico, ma generò anche una forte committenza capace di dare grande impulso alla piccola e grande industria delle arti. Un esempio è rappresentato dalla Certosa di San Martino che dalla fine del XVI secolo e fino al Settecento inoltrato vide impegnati architetti, scultori, pittori e maestranze altamente specializzate in una imponente opera di trasformazione e rinnovamento dell'antica dimora trecentesca del più austero tra gli ordini monastici: i Certosini. Nel Seicento si realizzano maggiormente i lavori in tutta la certosa con a capo Cosimo Fanzago che intervenne dopo gli ampliamenti di Giovan Giacomo di Conforto e soprattutto Giovan Antonio Dosio, come architetto, scultore, decoratore plastico e principalmente come regista di tutti i lavori (dal 1623 al 1656) e geniale inventore delle più raffinate e ingegnose soluzioni scenografiche nel chiostro grande come nella chiesa. La committenza dei Certosini consentì imprevedibili accostamenti tra i più diversi artisti che in un perfetto equilibrio fecero dell'antico complesso conventuale il monumento barocco più ricco di opere e una completa galleria della pittura del Seicento. Ma più che l'architettura, fiorì la pittura. Da un lato, c'erano i nomi prestigiosi di maestri francesi, catalani e italiani chiamati ad affrescare i più insigni monumenti dall'altezzosa munificenza dei vicerè e dall'altro artisti napoletani e campani , tra cui, Andrea da Salerno, Perrineto da Benevento Massimo Stazione, Salvator Rosa, Batistello Caracciolo, Francesco Guarino, Bernardo Cavallini. Luca Giordano, fu un vero capo scuola e alla sua arte se riferirono non solo i suoi contemporanei, ad esempio Mattia Preti, decoratore fecondo di tutte le porte della citta', ma anche gli artisti del secolo successivo. Tra il 1606 e il 1607 Caravaggio vive nella citta' di Napoli, qui si conservano alcune sue importanti opere: la tela con Le sette opere di Misericordia, conservata al Pio monte di Misericordia e La flagellazione di Cristo, conservata al museo di Capodimonte,diventavano i manifesti cittadini della nuova pittura che, abbandonati i tradizionali riferimenti al bello ideale, si votava alla rappresentazione fedele del dato naturale. Tra i primi a recepire il messaggio dell'artista lombardo fu Battista Caracciolo, detto Battistello (1570-1637), entusiasta e comprensivo interprete della poetica del maestro. Già nel Battesimo di Cristo della Quadreria dei Girolamini, anteriore al 1610, l'adesione è completa: l'intensa religiosità è resa in termini di ascetica e composta gravità; squarci luminosi e brani di intensa verità naturale danno sostanza alla composizione. Jusepe de Ribera, che nel 1616 si stabilì a Napoli, forse chiamato dal vicerè Conte de Osuma. Le prime opere che eseguì a Napoli, gli Apostoli della Quadreria dei Girolamini e i SS. Pietro e Paolo, sono collegate alle opere che eseguì a Roma. Il suo modo di dipingere è caratterizzato da una completa adesione al luminismo caravaggesco; la sua è una pittura drammatica e tenebrosa, ricca di vistosi effetti chiaroscurali, per esempio nel Sileno ebbro del Museo di Capodimonte di Napoli. Importante fu il suo incontro con Velazquez che avvenne a Napoli nel 1630 e che determinò un cambiamento nella sua pittura che divenne più pacata e quotidiana caratterizzata dall'uso di un colorismo più chiaro. Intorno agli anni 30-40 de Ribera si avvicinò alla cultura-neoveneta che si andava diffondendo a Roma nel periodo, nacquero così tele come Venere, Adone, o Giacobbe e Isacco. Ricevette, in seguito, la commissione per alcune tele per la Certosa di San Martino: le quattordici tele con Patriarchi e profeti per la controfacciata e le semilunette nelle cappelle della chiesa, San Gerolamo e San Sebastiano nell'appartamento del Priore e la Pietà nella cappella del Tesoro. La Pietà eseguita nel 1637 per la Certosa di San Martino, tra i migliori esempi della seconda maniera del Ribera, rispecchia invece la più generale evoluzione della scuola napoletana verso il classicismo carraccesco, sotto l'influsso degli artisti emiliani giunti a Napoli tra il terzo e il quarto decennio del secolo. Proprio l'innesto della maniera chiara e ariosa di Guido Reni (in citta' nel 1621) e di Domenichino (dal 1630 impegnato negli affreschi della Cappella del Tesoro di San Gennaro in duomo) su quella scura e tenebrosa di ascendenza caravaggesca caratterizza l'attività di pittori quali Massimo Stanzione (1585-1656) e Bernardo Cavallino (1616-56) Le sue pitture possono essere teatrali, con colore sottile e intenso; una rappresentazione naturalistica delle superfici; manifesta l'eleganza e la tolleranza; e una tenerezza impressionabile senza pari. Tra i dipinti della di questo periodo, ricordiamo San Paolo e il centurione e Mosè salvato dalle acque (Napoli, Museo Pignatelli), Il ritorno del figliuol prodigo e II pagamento del tributo (Napoli, Museo di Capodimonte), nei suoi pari napoletani. La Pietà dipinta da Stanzione per la Certosa di San Martino in concorrenza col Ribera (1638) coniuga l'equilibrio compositivo di derivazione emiliana con un brillante pittoricismo e un'intonazione teatralmente sentimentale. L'intima poesia di Cavallino si esprime in quadri di dimensioni limitate, le cui superfici scintillano grazie a pennellate saettanti, come strappate e sfrangiate dal vento, fino a perdere il significato di rivestimento di masse compatte. Il Cavallino, che tratta temi biblici con gusto profano e quasi di genere, puntando sulla qualità della stesura, ricca di effetti serici, e sul garbo briosamente teatrale delle invenzioni, si colloca in una posizione d'avanguardia, del tutto originale. E' sempre intorno al 1630 che la pittura napoletana, apertasi grazie agli artisti emiliani ai contatti con Roma, passa dal naturalismo riformato (mix di caravaggismo e carraccismo) al barocco. Giovanni Lanfranco, reduce dall'impresa romana di Sant'Andrea della Valle, si intrattiene nella capitale partenopea dal 1633 al 1646, collaborando alle imprese pittoriche più prestigiose del periodo (cupola della cappella di San Gennaro in duomo, affreschi al Gesù Nuovo). Sulle sue opere, caratterizzate da una maniera ariosa e veloce che disdegna il tenebrismo caravaggesco e si rifà direttamente a Correggio, si formano Mattia Preti (1613-99) e Luca Giordano (1634-1705). Il primo, di origini calabre, giunge a Napoli dopo aver soggiornato più volte a Roma e a Venezia; il secondo, napoletano, trascorre un fondamentale periodo giovanile in terra veneziana, compiendo una sintesi spettacolare tra le opere del Rinascimento maturo (Raffaello, Correggio, Tiziano, Veronese), Caravaggio e i modelli contemporanei (Lanfranco, Pietro da Cortona). Mattia Preti, eseguì grandi serie di affreschi e numerose pale d'altare diventando personalità di spicco nella citta'. Tra il 1657 e il 1659 eseguì gli affreschi votivi per la peste, oggi perduti, sulle porte della citta'; eseguì il ciclo, sul soffitto della chiesa di San Pietro a Maiella, con Storie della vita di San Pietro Celestino e Santa Caterina d'Alessandria, le due redazioni del Figliuol prodigo che oggi si trovano al museo di Capodimonte e a Palazzo Reale a Napoli, il San Sebastiano per la chiesa di S.Maria dei Sette Dolori e la Madonna di Costantinopoli nella chiesa di San'Agostino agli Scalzi. Al Santo protettore della citta' era stata già dedicata la cappella del Tesoro, ora ricordata, che si costruì nel 1608 su progetto di Francesco Grimaldi con i generosissimi fondi dei devoti napoletani, e custode di un raro e prezioso tesoro (artistico ed economico). E sono proprio le testimonianze del culto di San Gennaro, disseminate in tutta la citta', a condurci lungo tutto il Seicento in un triste itinerario: l'eruzione del Vesuvio del 1631, la peste del 1656, il terremoto del 1688. La più terribile esperienza fu certamente il morbo della peste che decimò la popolazione e segnò per moltissimi decenni la memoria dei napoletani, conservata e tramandataci da epigrafi, dipinti, chiese o guglie erette in tale occasione. Nella seconda metà del Seicento, nasce anche la musica nel senso tutto napoletano di quest'arte. Si smette con le imitazioni veneziane e fiorentine; e il teatro di San Bartolomeo, costruito nel 1620, a gara con quello del Palazzo reale, diviene, a partire dal 1651, sotto il viceré d'Onate, il tempio del dramma musicale napoletano, ove si rappresentano le prime opere di Francesco Provenzale e di Alessandro Scarlatti, iniziatori e precursori del nostro Ottocento musicale. I conservatori della citta' preparano le nuove generazioni di musici e di cantanti; e, insieme con essi, sorgono schiere di ballerini, di mimi, di scenografi, di vestiaristi, di attrezzisti, che, a poco a poco, acquistano fama di bravura in tutta Italia e all'Estero. Insieme con le arti, si afferma a Napoli la nuova cultura. La vita del pensiero, che si era precedentemente assopita, si riaccende alla luce viva della filosofia di Cartesio e dell'illuminismo di Hobbes, che relega in soffitta l'ari-stotelismo e il tomismo, e da inizio a quello che possiamo chiamare il nuovo corso della verità e della ricerca scientifica, con una serie di uomini geniali, quali Tomaso Cornelio, il Valletta, Leonardo di Capua, l'Ausilio ai quali spetta il vanto di avere spianato la via a Giovanbattista Vico. Né, per la verità storica, il nuovo pensiero fu imbavagliato dal regime viceregnale spagnuolo: quantunque i sovrani di Spagna si atteggiassero a strenui difensori del cattolicesimo e si fregiassero con orgoglio del titolo di re cattolici, pure, sotto sotto, si guardavano sempre in cagnesco col potere ecclesiastico, per via delle questioni giurisdizionali, di cui erano gelosissimi. Contro il nuovo pensiero intervenivano solo se sconfinasse in propaganda eversiva politica: per il resto, lasciavano correre. Non progredirono molto, nel '600, le scienze giuridiche e neppure gli studi storiografici, sebbene questi fossero stati avviati, per opera del Capaccio e del Summonte, del Capecelatro e del Parrino, che fornirono molto materiale a Pietro Giannone. Ma avvio notevole ebbero le scienze economiche, per opera del cosentino Antonio Serra, il quale meditando sulla miseria delle popolazioni meridionali, ne intuì per primo le cause e ne propose i rimedi, dando inizio agli studi per la soluzione di quella questione del Mezzogiorno, che, come la tela di Penelope, non arriva mai a un compimento definitivo. Trattato da visionario e cacciato in galera dal conte di Ossuna, il Serra è stato pienamente riabilitato dal giudizio della storia. Le cose del mondo vanno spesso così. Il Leopardi amaramente cantò: « Virtù, viva sprezziam, lodiamo, estinta ». Napoli generosa ha intitolato ad Antonio Serra l'istituto statale di economia e commercio. Ed eccoci alla poesia. Il Seicento napoletano è il secolo di Giovambattista Marino: Giambattista Marino (1569-1625) è considerato l'esponente più significativo del Barocco letterario italiano. Nato a Napoli, ebbe vita avventurosa, dimorando presso vari signori (Matteo di Capua, Carlo Emanuele I di Savoia, il Cardinale Aldobrandini, Maria de' Medici e Luigi XIII) di cui fu segretario, aderendo supinamente alle loro esigenze, senza contrasti interiori. Scrisse numerose opere in prosa ("Dicerie sacre" e "Lettere") e in versi (parecchie raccolte di liriche: "La lira", "La Galeria", "La Sampogna"), tra cui la più importante è senza dubbio "L'Adone", poema in venti canti in cui si parla degli amori di Venere e Adone e della morte di quest ultimo, ucciso da un cinghiale incitatogli contro dalla gelosia di Marte. Nella sua poetica ritroviamo tutti gli elementi del gusto barocco (concettismo, metafore, argutezza), rivissute però innovando la tradizione metrica e il linguaggio poetico, inaugurando uno stile che arrivò fin quasi alle soglie del Romanticismo. Poeta, senza dubbio dotatissimo di estro e di senso dell'armonia, di immaginazione anche troppo viva e di virtuosismo coloristico, gran conoscitore della lingua, La poesia napoletana si accosta alla vena popolare, con le fiabe del « Pentamerone » e con le « Muse napoletane », di Giovambattista Basile, che si diffusero e piacquero in tutta Italia e in altri paesi d'Europa; e, se pure in grado minore, con la Vaiasseide e il « Micco Spadaro » di Giuseppe Cesare Cortese e con gli scritti di altri poeti dialettali meno importanti, i quali descrivono tanto realisticamente la vita quotidiana del popolo napoletano. Intanto, però, lo stato della citta' precipitava sempre più nel disastro economico. L'inflazione monetaria e la falsa monetazione causarono lo svilimento della moneta; e i torbidi civili e l'insicurezza sociale ad opera del banditismo (divenuto tanto potente che il capo-brigante abate Cesare Riccardi osò imporre patti al viceré per non chiudere completamente le vie, di cui era padrone, al vettovagliamento) gettarono la citta' nella situazione più disperata. Vi si aggiunsero le calamità di due terremoti, 1688 e 1692, che fecero vittime e rovine nelle province e in citta', dove crollarono la cupola del Gesù Nuovo e la parte rimanente del portico del Tempio di Castore e Polluce, incorporato nella chiesa di S. Paolo. Man mano, poi, che il regime vice-regnale spagnuolo volgeva al tramonto, si vennero acuendo le lotte fra nobili e plebei, che ebbero particolare recrudescenza sotto il viceré Pietrantonio d'Aragona, benemerito - dice il Doria - per miglioramenti edilizi, ma nello stesso tempo spoliatore della citta' di opere d'arte. Allorché si verificò una gravissima rottura fra la nobiltà e il Viceré, il popolo stette dalla parte del governo. Avvenne, però, che, mentre, a Napoli, il Viceré minacciava fulmini e tuoni contro i nobili, i cui eletti si erano ritirati, per protesta, dall'amministrazione della citta', a Madrid, la regina reggente approvava l'operato dei nobili. |
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