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Età Vicereale


Con la dominazione degli spagnoli, Napoli tocca il punto più basso della sua parabola politica e morali, che tra il 500 e il 600 si operò nei napoletani una profonda trasformazione sia esteriore, fisica, che interiore, morale.
La citta' cominciò pure a foggiarsi, attraverso demolizioni, trasformazioni, abbellimenti, ampliamenti e anche deformazioni, quell'aspetto che non si è più sostanzialmente alterato nonostante le costruzioni dell'età borbonica e di quella moderna e contemporanea, che ne ha enormemente dilatato le dimensioni e le proporzioni, in superficie e in popolazione. Nel 1503 con l'ingresso in citta' di Consalvo de Cordova, generale di Ferdinando il Cattolico, iniziò la dominazione spagnola a Napoli, che durò circa due secoli e determinò un crescente divario tra capitale e viceregno, con conseguente trasformazione dello spazio urbano.

Né migliore è il quadro che la storia ci presenta della nobiltà napoletana sotto la Spagna. Spento, in essa, ogni ardore di indipendenza e ogni ambizione di potere si era ridotta a vivere prona davanti allo straniero, e, quel che è peggio, si era attaccata fedelmente alla monarchia spagnola, non certo per devozione ma per egoistico interesse.

Aristocrazia feudale ed eletti dei Seggi tutti eseguivano con zelo indecoroso la volontà del dominatore, cercando di trarne il maggior profitto, in privilegi e in cariche remunerative, spingendo il loro aperto favoreggiamento per gli spagnoli sino a persuadere il popolo a starsene tranquillo, se mai avesse avuto qualche tentazione di sommossa.
Si finì, così, in una vera e propria gara fra i nobili a chi si rendesse più utile allo straniero; e quelli, fra essi, che venivano meglio compensati, destavano la gelosia degli altri, che, spesso, degenerava in discordia.
E questo, come sempre secondo la norma romana del « divide et impera » giovava agli spagnoli, che avevano le mani nel governo viceregnale, molti dei quali, alti ufficiali dell'esercito, funzionari dell'amministrazione statale, finanche alcuni viceré, giunti a Napoli poveri, o ricchi decaduti e fino, contrassero vantaggiosi matrimoni con donne dell'aristocrazia napoletana, sicché si stabilì una vera e propria alleanza fra questa e il Vicereame spagnolo.






Ciò a cui l'odio del popolo contro i nobili, ci si mise la classe media, nella lusinga di attrarre a sé la plebe, staccandola definitivamente dall'aristocrazia. Ma se questa era odiata, perché rappresentava l'estremo della ricchezza, la classe privilegiata, che, pur essendo minoranze, comandava, il popolo, diffidava anche del ceto medio, che, pur di origine plebea, rappresentava il ceto degli avvocati e degli appaltatori delle gabelle. Il dominio del popolo sfuggiva, pertanto, sia ai nobili che alla classe media.

E ne profittava la politica spagnola, che si reggeva barcamenandosi fra i tre ordini cittadini: ora blandiva la nobiltà contro i due ceti inferiori; ora favoriva lo scatenarsi degli istinti e delle passioni popolari; ora dimostrava di voler riconoscere il valore del ceto medio, donde traeva quegli appaltatori ed agenti delle gabelle e delle imposte, che, per un regime di spoliazioni fiscali come quello spagnolo, il più esoso fra tutti, sfruttava le risorse economiche dei popoli soggetti, a vantaggio dell'erario di Sua Maestà il re cattolico.

Nella prima metà del Cinquecento, sotto il regno di Carlo V, la politica del viceré don Pedro de Toledo (1532-53) determinò un vero e proprio riassetto della citta', con la realizzazione di opere di pubblica utilità come impianti fognari ed idrici e pavimentazione urbana, con l'impostazione di pesanti gabelle per quanti volessero edificare in citta', e la costruzione di nuovi tratti di mura, che chiusero Napoli in una compatta struttura difensiva, rafforzata dai quattro castelli.

Nuovi cambiamenti che subì la citta' furono studiati anche in base alla difesa che si era evoluta con le nuove tecniche di guerra e la maggiore potenza dell'artiglieria. Rispetto alle opere difensive aragonesi, bastioni esterni ed ampi fossati assunsero un'importanza predominante in confronto al castello. Castelnuovo, pur modificandosi soprattutto nelle sue cortine esterne, che divennero più alte ed ampie per coprire l'alloggio delle truppe e il deposito delle polveri, fu destinato prevalentemente a residenza dei viceré (fino al completamento del Palazzo Vicereale) e molti edifici di largo delle Corregge (tra i quali il palazzo del conte d'Alife e la chiesa di San Nicola al Molo) vennero abbattuti per fare spazio alla riorganizzazione dei bastioni.

Castel dell'Ovo, il Castello del Carmine, Castel Sant'Elmo, che per la particolare posizione strategica rappresentò il fulcro del sistema difensivo della Napoli vicereale. venne completamente ricostruito a partire dal 1537 e dalla sua altezza dominava il mare, la citta' e i suoi dintorni. Era protetto da bastioni e fossati su tutti i lati tranne che a sud da dove si controllava l'artiglieria di via Toledo, la strada che partiva dal monastero di Santo Spirito (all'altezza dell'attuale piazza Trieste e Trento) ed arrivava fino al convento di Monteoliveto e che collegava la parte più settentrionale della citta' con il centro direzionale e rappresentativo intorno al porto e a Castelnuovo senza isolarsi dal vecchio centro gravitante intorno al decumano inferiore ( San Biagio dei Librai).

Gli architetti Manlio e Benincasa costruirono il palazzo vicereale, successivamente demolito, da cui partiva la nuova strada che prese il nome dal viceré, via Toledo, a monte della quale venne edificato il complesso edilizio destinato ad alloggio per le truppe i "quartieri spagnoli".

Perché vi si accasermarono le truppe del dominatore, contrasse tutti i difetti e i vizi caratteristici degli spagnoli: il turpiloquio, l'arte della menzogna e dell'inganno, la millanteria, il gusto di sembrare senza essere, l'ipocrisia e la superstizione religiosa, l'altezzosità nella miseria, la vanagloria stupida, l'aggressione proditoria a scopo di rapina o di vendetta.

I successori di Pedro da Toledo non affrontarono i problemi connessi al frenetico sviluppo della citta', dedicandosi soprattutto all'accrescimento del proprio potere politico e delle proprie ricchezze personali. Nel 1647, in reazione alle continue vessazioni fiscali che affamavano il popolo, scoppiò una sommossa capeggiata dal pescatore Masaniello, repressa prontamente e sanguinosamente dall'autorità spagnola.

Alle opere pubbliche promosse dalla illuminata politica del viceré urbanista si affiancarono numerose iniziative edilizie private e religiose, che interessarono in particolar modo la parte più antica della citta', corrispondente al primitivo nucleo greco-romano, che andava congestionandosi per l'aumento della popolazione attratta in citta' da privilegi fiscali.

Durante il periodo vicereale diventò massiccio il fenomeno dello spostamento dalle campagne alle citta', tanto che nel giro di pochi anni Napoli divenne la citta' più affollata d'Europa dopo Parigi.

Si costruirono monumentali palazzi per le grandi famiglie aristocratiche del viceregno, che trascorrevano lontano dai feudi parte dell'anno: tra questi Palazzo di Capua, poi Marigliano, e Palazzo Gravina, tra i maggiori esempi di edilizia civile rinascimentale.

Documento fondamentale per la lettura delle trasformazioni urbane sotto il viceregno di don Pedro de Toledo è la nota incisione con Veduta di Napoli (1566) di Antonio Lafrery, che si conserva nel Museo di San Martino, da cui si rileva che numerosi edifici religiosi vennero costruiti, in special modo a partire dagli anni Trenta del secolo, quando arrivarono a Napoli i più importanti ordini religiosi per combattere le eresie.

Per la massiccia presenza di numerosi ordini religiosi in citta', si diede spazio alla costruzione e alla ristrutturazione di nuove chiese e si ingrandirono Santa Chiara, San Gregorio Armeno, SS. Severino e Sossio, San Domenico Maggiore. Sulla collina di Pizzofalcone sorsero la Nunziatella, Santa Maria degli Angeli e Santa Maria Egiziaca. secondo precisi criteri dettati dalle norme sancite dal Concilio di Trento. Per l'elevato numero di edifici religiosi ed assistenziali Napoli a fine secolo acquistò l'aspetto di citta' conventuale con vere e proprie "isole monastiche" recintate da ampie mura.

I primi notevoli esempi di architettura sacra del XVI secolo sono la Cappella Caracciolo di Vico in San Giovanni a Carbonara, iniziata fin dal 1499 da Tommaso Malvito da Como, a pianta circolare di ispirazione bramantesca, e la Cappella del Succorpo del Duomo, realizzata dal Malvito e collaboratori entro il 1505 su commissione del cardinale Oliviero Carafa.

Nella parte più alta del Centro Antico si costruirono Santa Maria delle Grazie a Caponapoli (1516-35), vero e proprio museo della scultura cinquecentesca, ma che a partire dal 1977 è stata gravemente saccheggiata, e Sant'Aniello a Caponapoli (1517), edificata su una più antica chiesa del VI secolo dedicata a sant'Agnello, anch'essa testimonianza notevole della scultura del Cinquecento, gravemente danneggiata dai bombardamenti dell'ultima guerra.

Tra i più estesi insediamenti monastici va ricordato il complesso benedettino dei Santi Severino e Sossio, il cui convento è adibito a sede dell'Archivio di Stato dal 1845; notevole è ancora la chiesa domenicana di Santa Caterina a Formiello, tra Porta Capuana e Castel Capuano, iniziata nel primo decennio del secolo su progetto di Romolo Balsimelli, con evidenti influenze toscane, e completata nel 1593.

Legata al viceré è invece la costruzione della chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, eretta a partire dal 1540 su progetto di Ferdinando Manlio, con annesso l'Ospedale per i militari, istituzione che rientrava nel piano di iniziative assistenziali di don Pedro de Toledo, il cui sepolcro si custodisce all'interno della chiesa, dietro l'altare maggiore.

Entro la prima metà del secolo nella chiesa di Monteoliveto vennero realizzati i due monumentali altari ai lati dell'ingresso, a sinistra l'altare Del Pezzo, opera matura dello scultore Girolamo Santacroce (1524), a destra l'altare Ligorio, di Giovanni da Nola (1532).

Ma gli affreschi decorativi della volta del Refettorio di Giorgio Vasari e collaboratori (1544-45) con Virtù e grottesche e le tarsie lignee del frate olivetano Giovanni da Verona (1506) sistemate lungo le pareti, con vedute di paesaggi, strumenti musicali, libri, fanno di questo ambiente uno dei più prestigiosi del Cinquecento.

Nella seconda metà del secolo, pur emanando bandi e divieti, i viceré non seppero affrontare i vasti problemi della citta' che si congestionò al suo interno espandendosi fuori le mura.

La committenza ecclesiastica prese il sopravvento con una frenetica e disordinata attività edilizia poiché gli ordini religiosi, non colpiti dalle pesanti gabelle e rafforzati sempre più sia politicamente che economicamente, occuparono spazi dentro e fuori le mura.

Nel 1574 Giovan Battista Cavagna costruì la nuova chiesa di San Gregorio Armeno, con accesso dalla strada e rispondente alle esigenze della vita monastica delle suore di clausura che potevano seguire i riti religiosi senza essere viste.

Ricchissimo il soffitto con inseriti dipinti di Teodoro d'Errico, artista fiammingo che lavorò molto a Napoli.

Sul finire del secolo Santa Maria la Nova (1596-99) fu edificata distruggendo una preesistente chiesa angioina; il prezioso soffitto ligneo cassettonato, in cui sono inseriti ben 47 dipinti di Francesco Curia, Girolamo Imparato, Fabrizio Santafede e Belisario Corenzio, è testimonianza eccezionale della maniera figurativa di fine secolo.

Si ricorda infine che il 1578 segnò per la Certosa di San Martino l'inizio di importanti opere di ristrutturazione, perché insufficiente ad accogliere l'accresciuto numero dei religiosi.

Con il priore Severo Turboli (1581-97) si avviarono lavori di ammodernamento ed ampliamento secondo le nuove istanze controriformate.

Dal 1591 il fiorentino Giovanni Antonio Dosio procedette alla ristrutturazione del trecentesco Chiostro Grande e all'ingrandimento della chiesa con cappelle laterali e nuovi locali e Belisario Corenzio, Michelangelo Naccherino e Pietro Bernini diedero avvio al programma decorativo che per circa due secoli impegnò la committenza dei padri.



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A cura di Studio Klain di Giuseppe Klain
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