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La storia di Napoli


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Età Angioina


L'avvento degli angioini con Carlo I de Angiò segnò una svolta determinante nella storia del Meridione e in particolare di Napoli che dal 1282, a seguito dei Vespri Siciliani, diventò la capitale del Regno, il fulcro di ogni attività sociale e culturale e assunse un ruolo di preminenza rispetto agli altri centri campani, come non era avvenuto nei secoli di dominazione precedente.

Sull'inizio re Carlo cercò di non scontentare i napoletani che, antisvevi o no avevano sempre dimostrato de essere insofferenti ad un ordinamento troppo rigido, e quindi nell'insieme la capitale fu trattata un po'meglio delle altre citta'. Il sovrano ebbe l'accortezza di servirsi di funzionari del regno anziché provenzali: così Pronotario della Curia fu Roberto di Bari, Governatore dei beni reali fu un funzionario che aveva già servito gli Svevi, Giozzolino della Marra ed altri nei gradi inferiori dell'amministrazione, ma nelle più alte cariche furono posti i francesi, che fecero sì che il regno di Carlo fosse chiamato la "mala signoria".
Alcuni mutamenti legislativi furono effettuati anche nel sistema feudale, in quanto Carlo basava principalmente sulla feudalità l'organizzazione statale, anche se la amministrazione cittadina era affidata alla citta', sotto un severo controllo.

Per quanto riguarda il sistema amministrativo della citta', esso viene mutato, specialmente in funzione della rivalutazione di alcuni rapporti sociali. Vennero concentrati a Napoli la corte del Capitano Regio, quella del Gran Giustiere e la Vicaria; i compalazzi ( Magistrati creati nel periodo normanno) continuarono per un certo periodo a controllare l'amministrazione cittadina ed a riscuotere i tributi, ma poi questo ordinamento si andò pian piano trasformando.
La fisionomia saliente dell'organizzazione angioina resta comunque la sproporzione fra le tassazioni del ceto nobile e quello popolare. La citta' di Napoli era sempre divisa in regioni, ma il termine antico fu sostituito con l'altro di "piazza". Anche in questi sedili, i nobili erano dal popolo, poiché vi furono sedili nobili, e sedili popolari e l'università napoletana, quindi, era divisa  in una università per i nobili ed una università per il popolo, ciascuna indipendente dall'altra: la prima si riuniva nella Chiesa di San Giorgio Maggiore e l'altra  nella chiesa francescana di San Lorenzo; vi era poi una università costituita da "casali", che eleggevano i propri sindaci.





Gli stranieri, gli ebrei e gli studenti non facevano parte dell'università cittadina anche se ne aumentavano la popolazione, che salì dopo la elezione a capitale a circa 60 mila abitanti. Questi forestieri non erano esclusi dai vantaggi del cittadino e godevano in più di alcuni privilegi che erano stati concessi da Federico II e furono mantenuti da Carlo I d'Angiò. Carlo prediligeva anzi gli stranieri, di solito mercanti, come la maggior parte della comunità ebraica: questi ultimi abitavano prevalentemente in una zona che ancora oggi è chiamata "Giudecca" ma anche in altri luoghi della citta', come ricorda una stradina nei pressi di Porta di San Gennaro che era chiamata "vicus iudeorum" e un'altra chiamata "scannagiudei". Gli ebrei si interessavano di solito di commercio ed i più ricchi erano anche banchieri e a volte facevano affari col governo. Una particolare attenzione merita la colonia francese, che senza dubbio era protetta, essendo della stessa nazionalità del re.

Dal punto di vista urbanistico nel periodo angioino Napoli cominciò a cambiare volto.
Il centro ducale assunse il carattere di area conventuale e religiosa, mentre le attività commerciali e di rappresentanza e il centro direzionale furono spostati sulla fascia costiera, intorno alla nuova residenza regale di Castel Nuovo, allo scopo di operare una sorta di decentramento, differenziando le funzioni delle singole aree cittadine.

Accanto al parziale ampliamento delle mura vi furono la nascita di nuove zone residenziali (il Largo delle Corregge, la regione di Carbonara) e la relativa urbanizzazione di Chiaia e della collina di Sant'Erasmo, la bonifica della zona situata presso l'attuale Ponte della Maddalena, la lastricazione delle strade, la realizzazione di ingenti opere fognarie, la creazione di "tribunali" responsabili di singoli settori della vita pubblica (tribunale delle acque e mattonate per le strade, tribunale delle fortezze per le porte e le mura) e, soprattutto, l'ampliamento del Porto e la creazione del Mercato, lavori con i quali gli angioini mostrarono di aver compreso l'importanza dei rapporti e dei traffici marittimi e la conseguente funzione economica e strategica del porto di Napoli.

Distrutti, purtroppo, a causa dello sventramento ottocentesco le logge, i fondaci, i banchi e il mercato, il volto della citta' angioina sopravvive grazie alle numerose fabbriche religiose, edificate dai sovrani in base a un preciso programma politico teso a proteggere gli ordini monastici mendicanti, verso i quali era più incline il senso religioso del sovrano, e per caratterizzare la conquista del Regno come missione di "pietà" voluta dal Cielo e richiesta dal Papato.

Fiorirono, simultaneamente, l'arte e la cultura, che attrassero a Napoli i più grandi ingegni dell'epoca, come Tommaso d'Aquino, che sotto Carlo, vi insegnò teologia, il Petrarca, che, ospite del convento di S. Lorenzo, vi descrisse la peste, che flagellò Napoli nel 1343; il Boccaccio, che vi alternò studi ed amori, e tanti altri sapienti, quali Bartolomeo di Capua, Bartolomei Prignano, che fu papa Urbano VI, Andrea d'Isernia, Cino da Pistoia, i quali facevano corona a Roberto d'Angiò, il « re da sermone » di Dante.

Risalgono al periodo angioino i complessi monastici di Sant'Eligio Maggiore, di San Lorenzo, di Santa Maria Donnaregina, e il Duomo, dove si leggono le numerose stratificazioni che, fino al rifacimento barocco, si aggiunsero ai caratteri dell'architettura del tempo di Carlo II.

E ancora: i monasteri di Santa Chiara - voluto dalla pia Sancia di Maiorca, la seconda moglie di Roberto d'Angiò e di San Pietro a Maiella, dedicato al papa Celestino V, l'eremita Pietro da Marone; la chiesa di Santa Maria Incoronata e la Certosa di San Martino, oggi fortemente connotata anche dai rifacimenti tardomanieristi e barocchi. L'edificazione delle numerose fabbriche religiose comportò la presenza a Napoli di molti artisti, anche stranieri, e la formazione di una scuola che fuse i modi del gotico di Oltralpe con la tradizione locale e che fu in grado di sperimentare con alti risultati il nuovo linguaggio espressivo maturato dapprima nel segno della civiltà comunale, gotico e cortigiano già alla meta del 1200.

La cultura architettonica di età angioina, ad esempio, ebbe caratteristiche autonome nella ricerca di uno spazio unitario ottenuto con la presenza di archi e transetti non sporgenti, coperture a capriate lignee e l'uso di massicce pareti spesso ricoperte da cicli pittorici ad affresco.

Nel campo della pittura si determino, a partire dal 1280, una situazione estremamente articolata, a sottolineare il carattere di circolazione "mediterranea" che si sviluppo anche nei due secoli successivi.

Si iniziò a guardare anche alle esperienze maturate nell'Italia centrale, nei cantieri di Assisi e Orvieto, dove lavoravano Cimabue e Giotto: ne derivò un nuovo linguaggio espressivo che sul filone gotico francese costruiva una tradizione figurativa autonoma, italianizzante.

Nel1308 la presenza a Napoli di Pietro Cavallini, che nel ciclo di affreschi in San Domenico Maggiore lasciò la testimonianza figurativa di maggiore aderenza al linguaggio giottesco.

Recepito dall'ambiente napoletano nel ciclo con Storie della Maddalena (chiesa di San Lorenzo Maggiore, prima cappella destra del deambulatorio), del 1300 circa, di un allievo assistente di Giotto, e dal gruppo di pittori - tra cui, forse, anche il vecchio Filippo Rusuti - che operavano a Donnaregina.

Giotto, nel 1328 è invitato dal re Roberto D’Angiò che lo nomina nel 1333 “famigliare” ovvero pittore di corte a testimoniare l’enorme considerazione che aveva ormai raggiunto. Delle opere raccontate dai cronisti locali e confermate dai pagamenti non rimane nulla: La Cappella della Chiesa di Santa Chiara e la sala di re Roberto affrescata con immagini di  Uomini Ilustri nel Castello Angioino. La sua presenza fu importante per la formazione dei pittori locali Maestro di Giovanni Barrile, Roberto d’Oderisio e Pietro Orimina.

La presenza di Tino da Camaino, di Pietro Cavallini, di Giotto e dei suoi allievi, i legami con Simone Martini attraverso la pala della chiesa di San Lorenzo, e di tanti altri maestri, sottolineano quell'aspetto della corte - legato in particolare alla figura di re Roberto - di grande mecenatismo e di spregiudicato cosmopolitismo, che caratterizzò il periodo angioino come uno dei momenti più significativi nella storia della citta'.



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A cura di Studio Klain di Giuseppe Klain
StudioKlain 2007