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![]() La storia di Napoli
Età Bizantina
Capitale per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e vittoriosa, contro i musulmani (secc. IX e X) e tortuose vicende nei complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). Nel trapasso dal paganesimo al cristianesimo e dal potere degli imperatori al potere politico dei pontefici, si viene operando una profonda trasformazione degli organismi sociali e delle coscienze dei cittadini. Il Medioevo, è un periodo di evoluzione verso le concezioni moderne dei diritti dell'uomo e del cittadino. Napoli cessa di essere la citta' del piacere per i romani, e viene facendosi, p una coscienza nuova, s'incrementano industrie e commerci specie con l'Oriente; si intensifica la coltivazione della terra e la popolazione sale rapidamente fino a sfiorare a metà del VII secolo i 40.000 abitanti. I bizantini mantennero, per un certo tempo, le istituzioni romane, infatti, gli imperatori d'Oriente e, segnatamente, Giustiniano, si consideravano gli eredi e i continuatori di Roma e miravano alla riunificazione dell'Impero, riconquistandone l'Occidente. A Napoli furono preceduti dai Goti che per il breve tempo del loro dominio, e per il timore delle continue minacce dei Longobardi, non avevano potuto metter mano a nulla: (per tutto il secolo VI, d'altronde, le dominazioni si succedettero assai rapidamente e caoticamente, perché qualcuna di esse avesse potuto imprimere il proprio segno all'assetto della citta'). La tendenza orientalizzante, più tipicamente bizantina, si espresse invece nell'intero complesso basilicale di San Giovanni Maggiore, improntato ad una concezione simbolica e decorativa come si nota nell'abside traforata e nel pluteo frammentario con il cigno recante in bocca il serpentello, che affianca il monogramma costantiniano. Sulla fine del VI secolo, incombevano sui napoletani i pericoli e le minacce dei Longobardi, che allargavano sempre più la loro espansione in Italia. Da Benevento, essi puntavano direttamente verso il Tirreno, considerato sbocco naturale della loro potenza. Nel 581 assediarono Napoli con esito negativo. Il loro impeto si infranse contro le possenti mura della citta' che i Bizantini avevano avuto fretta di ricostruire, dopo la distruzione operata da Teia. Insisterono, però, nell'impresa; e, nel 592, Arechi di Benevento e Ariulfo di Spoleto, mossero di nuovo all'assalto e, forse, dato lo scarso presidio bizantino che difendeva la citta', questa volta sarebbero riusciti a impadronirsene, se papa Gregorio I, sostituendosi all'inerte Esarca, non avesse inviato a Napoli il tribuno Costanze ad organizzarvi la resistenza del popolo. Un terzo tentativo, nel 599, fallì anch'esso. L'intervento di Gregorio I ebbe un effetto salutare sullo spirito dei napoletani. Diede loro la coscienza di valere, sol che ne avessero la volontà, a provvedere da soli alla difesa della loro citta' e della loro libertà, rintuzzando l'offesa di qualsiasi nemico anche potente. Tutti i campani, che si sentivano minacciati nei loro paesi dai Longobardi, si rifugiarono a Napoli sicuri di trovarvi valida protezione ed asilo sicuro. Non solo: ma, per la prima volta nel corso della loro storia, i napoletani si sentirono fieri e gelosi della loro indipendenza. Avendo, infatti, Gregorio I dimostrato di voler porre Napoli sotto lo scudo protettivo dello Stato della Chiesa, i napoletani gli si opposero fermamente. Nelle loro coscienze, fermentava già qualcosa di quello spirito, che, nel VII secolo, li rese capaci di scrivere la pagina più gloriosa della loro storia: quella del Ducato autonomo. Il Ducato autonomo Fu un periodo di gloriosa indipendenza, durante il quale i napoletani dimostrarono fierezza, ardimento, spirito di disciplina civile e capacità di lotta e di vittoria. I quattro secoli del Ducato Autonomo rivelano tutte le virtù del popolo napoletano: dall'audacia più ardimentosa alla prudenza più saggia, messe a servizio di una politica intesa a preservare l'indipendenza del piccolo Stato dalle invasioni straniere e dai pericoli di disgregazione interna, in un periodo in cui lotte di razze e di contrastanti interessi, per quanto violente, andarono sempre ad infrangersi, come marosi contro scogliere, ai piedi delle mura di Napoli. I papi, i longobardi, i re franchi, gli imperatori bizantini, i predoni saraceni, il furore musulmano, tutto si spezza di fronte alla sapiente politica dei napoletani, che, con un gioco geniale di alleanze e di ostilità, ora con la guerra, ora con la pace, con la scaltrezza e l'astuzia dei trattati, sempre all'erta, riescono a deludere e a frustrare le cupidigie di quanti agognano alla bella preda. I duchi, infatti, non solo provvedevano alla difesa della indipendenza di Napoli, con una politica saggia, coraggiosa e lungimirante, ma ne incrementavano le industrie, i commerci, la cultura, le arti, facendone un centro di civiltà degno di gareggiare con i maggiori d'Italia e delle altre nazioni. Un solo punto al passivo di Napoli deve segnalarsi nel secolo X: la perdita del primato marittimo, che passò ad Amalfi. La popolazione di Napoli, nel periodo aureo della sua storia, era salita a circa 40.000 abitanti. Ma, agli inizi dell'XI secolo, dovè ridursi intorno ai 30 mila, su per giù quanti ne contava nell'epoca greco-romana. La superficie della citta' era, però, alquanto più vasta, a giudicare dalla pianta delle mura, che lo storico Bartolomeo Capasso fece eseguire per le sue ricerche topografiche su Napoli medioevale. Si era ampliata specie a sud, col nuovo Castello, le chiese e i conventi fuori mura, il campo Moricino, dove si andarono stabilendo logge e banchi di mercanti. Il traffico marittimo era assai vivo. I due porti, l'Arcina, tra l'Immacolatella Vecchia e la moderna via Depretis, e il Vulpilum, a Piazza Municipio e adiacenze, anche quando decadde la navigazione napoletana di lungo corso, continuarono ad avere un movimento intenso di piccolo cabotaggio per le navi che trasportavano a Napoli i prodotti dei campi e della pesca, da Gaeta, da Salerno, da altri punti del golfo. Una caratteristica della citta' erano le case a due piani, un particolare ornamento erano i portici, che si trasformarono, poi, nei «tocchi » o «sedili ». La citta' era ricca di bagni pubblici, secondo la tradizione greco-romana, e offriva tante altre attrattive e comodità. Ma il suo vero splendore architettonico veniva dalle chiese, le due più antiche delle quali, Santa Restituta, già esistente, sotto altro nome, fin dal IV secolo e la Stefania - così detta perché ricostruita, nell'VIII secolo, da Stefano II, dopo un incendio - congiunta alla prima, costituivano la Sancta neapolitana ecclesia, la Cattedrale. Santa Restituta, prima basilica di Napoli, intitolata al Salvatore, nella restaurazione angioina del Duomo perdette la facciata ed alcuni elementi, ricostruiti in forma gotica e deformati, in seguito, dal restauro del 1808. Attualmente, è una cappella del Duomo con 27 colonne antiche, a tre navate, di cui, quella di destra, conserva frammenti di un affresco della scuola del Cavallini; la centrale è stata affrescata da Luca Giordano. Di fronte alla basilica c'erano il battistero e la chiesa di San Lorenzo Maggiore, antichissima e di somma importanza artistica, la cui storia è strettamente collegata non solo alla vita religiosa, ma agli avvenimenti civili della citta'. Sulla facciata, rifatta dal Sanfelice nel 1742, si vede ancora il bellissimo portale del 1325. In San Lorenzo G. Boccaccio si innamorò di Fiammetta, la figlia naturale di re Roberto, Maria d'Aquino. Sulla destra, è il convento francescano con un portale del 400, sormontato dagli stemmi a colori dei Seggi, cioè delle rappresentanze dei varii rioni della citta'. Vi fu ospite Francesco Petrarca, nel 1345. C'erano, poi, le quattro basiliche cattoliche maggiori: S. Giorgio, che la tradizione vorrebbe fondata da Costantino, ma, in realtà, è opera di S. Severo e risale al IV secolo; i SS. Apostoli, fondata nel 468 dal vescovo Sotero; S. Maria Maggiore, fondata dal vescovo san Pomponio, intorno alla metà del VI secolo; e S. Giovanni Maggiore, anche questa attribuita a Costantino, ma storicamente fondata dal vescovo Vincenzo, tra il 555 e il 560. San Giorgio Maggiore fu rifatta, nel secolo XVI, dal Fanzago, dopo un violento incendio. |
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