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Le Catacombe di San Gennaro

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La tomba di San Gennaro


La più antica notizia relativa alla traslazione ed alla sepoltura di S. Gennaro nella catacomba eponima è contenuta in un passo del Chronicon Episcoporum Neapoletanorum, in cui si legge che il XI vescovo di Napoli Giovanni I, morto alla vigilia di Pasqua del 432, fu sepolto nell’oratorio in cui si diceva avesse deposto, di sua mano, il beatissimo martire Gennaro, traslato dal Marcianum.
L’autore del Chronicon non avverte la necessità di precisare l’ubicazione sia dell’oratorio, sia della tomba del santo, perchè certamente tutti a Napoli erano a conoscenza dei luoghi citati. Ciò però ha fatto si che, nel passato gli studiosi hanno formulato opinioni diverse sulla ubicazione della tomba del martire. Per tradizione essa è stata identificata con la basilichetta con la cattedra, che, è nata nel IV secolo in onore di S. Agrippino.
Dove furono deposte, dunque, le reliquie di S. Gennaro ? Dopo i recenti scavi e la interpretazione di due testi antichi, rivelatisi preziosi, è stato possibile identificare la tomba del martire e l’oratorio ove fu inumato il vescovo Giovanni I. Inoltre da un’omelia (VIII secolo ca.) e da un passo del Chronicon relativi ai restauri fatti dal vescovo Atanasio (849-872) risulta che la tomba era in un <<cubiculum>> e l’oratorio o basilichetta minor era <<ipso cubiculo positam>>. Quando veniva recitata l’omelia, certamente le reliquie del martire non erano più custodite nel cubiculum, ma riposavano già nella grande basilica sub divo. L’omelia recita infatti che, <<nella basilica grande riposa il venerabile corpo del beatissimo martire Gennaro>>. Tuttavia, presso di esso, si racconta nell’omelia, avvenivano numerose guarigioni e quindi per i napoletani il cubicolo continuò ancora ad essere luogo di pellegrinaggio per sciogliere voti e sollecitare la protezione del martire nei momenti difficili, come quelli per esempio delle eruzioni vesuviane.
In che punto della catacomba si trovava allora il misterioso cubicolo ? Dopo l’attento studio dei testi e l’analisi degli elementi emersi dagli scavi condotti nella zona attigua al “vestibolo superiore” chiamata comunemente “basilica dei vescovi”, si è potuto identificare il cubiculum: esso si estende sotto di essa, quasi come cripta, e qui le reliquie del martire Gennaro sono state custodite dal V al IX secol


Ambulacrum


L’ambulacrum è una galleria cimiteriale che costituisce il percorso principale nelle catacombe; da questa galleria si diramano una serie di percorsi laterali. L’illuminazione avveniva per mezzo di lucerne fittili (piccoli recipienti a forma di scodella nella quale lo stoppino galleggiava nell’olio), appoggiate su piccole tegole di terra cotta infisse lungo le pareti dell’ambulacrum.
In questi spazi si inserivano le sepolture, classificabili in diverse tipologie. Le FORMAE, tombe scavate nel pavimento profonde spesso vari metri, fino a contenere anche diversi defunti; i differenti livelli di sepoltura erano separati da tegoloni fittili o di marmo. L’insieme delle formae costituisce, in fitta rete, il piano di calpestio di queste gallerie. I LOCULUA, tombe scavate orizzontalmente lungo le pareti. Gli ARCOSOLIA, sepolture costituite da tombe a sarcofago sormontata da un arco, scavate direttamente lungo la parete; ordinariamente la loro superficie è rivestita da intonaco decorato con pitture ad affresco o a mosaico.
Le salme venivano avvolte da lunghi lenzuoli cosparsi di oli e profumi, e deposte all’interno delle tombe, che erano poi sigillate con lastre marmoree o tegoloni fittili su cui in genere vi erano le iscrizioni, disegnate con il minio o scolpite (leggi epigrafi).


Basilica maior


E’ l’ambiente che meglio contraddistingue la catacomba napoletana da ogni altro ipogeo esistente, per dimensioni e suggestioni spaziali: si tratta di un ampia basilica a tre navate lunga settanta metri, larga dieci ed alta fino a undici metri.
Lo scavo e la realizzazione della sua architettura “al negativo”, si fa risalire alla fine del V secolo, quando il culto delle tombe dei martiri si affermava definitivamente: la presenza di folle di fedeli necessitò di adeguati ampliamenti del piccolo ambulacro centrale, che comprometterono definitivamente l’autonomia spaziale dei circostanti ipogei; l’accesso principale avviene tramite l’Edicola della Croce.
Della continua espansione della Basilica Major ne sono testimonianza le numerose tracce di scavi, nonchè la presenza delle due colonne monolitiche che ripartiscono il lungo ambulacro nella forma trinave; la stessa adiacente basilica dei vescovi risulta inglobata dai successivi ampliamenti, ponendosi come abside dell’intera Basilica Major.


Basilica dei Vescovi


La vasta sala ipogea, scavata nel V secolo, fu dedicata alla memoria dei primi quattordici vescovi di Napoli così come testimonia l’ampio affresco (un vero e proprio catalogo figurato) che fu realizzato nella volta a botte sottratta al tufo. L’impianto decorativo fu individuato e riconosciuto da G. A. Galante nel 1888 attraverso un meticoloso lavoro di ricomposizione dei frammenti ancora presenti in situ e della lettura del “Chronicon Episcoporum Neapolitanorum” (IX secolo), più antica fonte per la storia della Chiesa di Napoli. Di questo ampio affresco oggi è visibile solo l’immaggine dell’incipit, e cioè il clipeo in cui è raffigurato il vescovo Asprenas, primo vescovo della comunità napoletana.
Sempre a Galante si deve l’intuizione dell’esistenza di un ambiente sul lato occidentale della Basilica, allora ancora inaccessibile perchè ricolmo di terreno di riporto, e che quasi un secolo dopo sarebbe stato ispezionato, rivelando la splendida “Cripta dei Vescovi”.


Cripta dei Vescovi


Scoperta nel 1971 a seguito degli scavi sulla parete occidentale della basilica dei vescovi, la cripta - abside è situata a ridosso del sepolcro di S. Gennaro. Risalendo cinque gradini-tomba si accede a questo prezioso cubicolo di dimensioni 5,50x2,50 per un altezza di mt.6,00: nelle pareti perimetrali sono ricavati otto arcosoli monosomi e dieci loculi .
La genesi morfologica della cripta deriva dalla porzione superiore del suo volume: in origine qui era presente il cubicolo di un piccolo cimitero al quale si accedeva dal suolo sovrastante le catacombe; quest primitivo accesso , attualmente perduto, si riconnetterebbe a quel percorso che molti fanno coincidere con l’antica via di Antignano. Successivamente alla traslazione delle reliquie di S.Gennaro , la cripta venne ad assumere l’attuale conformazione e fu destinata ad area sepolcrale comune per i vescovi , desiderosi di essere sepolti presso il martire Gennaro come lo fu Giovanni I; nella cripta sono inoltre evidenti i segni della venerazione verso i vescovi, nelle ricche decorazioni musive e nella cura verso la conservazione ed il restauro di quelle reliquie.
All’interno della cripta troviamo quattro mosaici di altrettanti vescovi, due dei quali sono riconoscibili nelle persone di Giovanni I e Quodvultdeus; gli altri due sono invece di vescovi anonimi.
L’emozione che si prova al cospetto dei mosaici qui realizzati negli arcosoli, è fortissima: siamo dinanzi alla tomba di Giovanni I, il quindicesimo vescovo napoletano che volle e realizzò la traslazione di s.Gennaro in questi ipogei, sancendo ufficialmente la nascita del culto. Lo sguardo è sereno, ridente e rilassato; la pacatezza dell’anima traspare attraverso quel sorriso rassicurante e quegli occhi che fissano carichi di devozione i luoghi in cui egli volle la deposizione del famoso vescovo di Benevento.
Alla sua sinistra, sulla parete laterale della cripta, incontriamo invece lo sguardo triste dell’africano Quodvultdeus, colpevole di aver attestato la propria fede dinanzi ai barbari di Genserico che avevano conquistato la sua Cartagine: egli, insieme a tanti altri cristiani, salvati dal certo martirio, trovato ospitalità presso i nostri lidi e qui possono continuare la loro opera di evangelizzazione. Ecco che allora negli occhi di questo padre della chiesa riconosci la tristezza e l’angosciosa solitudine di chi, morto esule perché scacciato dalla sua terra natia, cerca nel calore di chi lo accoglie la possibilità di poter proseguire la sua missione. A voler impreziosire maggiormente questi ritratti, il maestro mosaicista decise di utilizzare le limpide tessere di pasta vitrea, rivestendole, come nel caso di Quodvultdeus, con un velo d’oro: l’effetto iridescente è davvero sorprendente, e accresciuto maggiormente se la visione è consumata nella penombra del bagliore delle lucerne, unica fonte di luce di questi siti.
Questi volti, più gli altri due mosaici di vescovi anonimi che scopriamo tra gli otto arcosoli monosomi e i dieci loculi che formano la cripta, sono l’espressione di un primo tentativo di ritrattistica che, già al V secolo, voleva sostituirsi all’iconografia puramente simbolica o didascalica che aveva caratterizzato la prima parte dell’arte raffigurativa paleocristiana.


Vestibolo superiore


La volta del vestibolo della catacomba superiore presenta uno dei più interessanti cicli pittorici dell’arte paleocristiana, prefigurando uno dei primi momenti iconografici catechetico-didascalici del mondo cristiano.
Qui sono, infatti, raffigurate le pitture più antiche (fine II sec. - III sec) che offrono, al pari di ciò che accadrà di lì a breve anche nelle catacombe romane, splendide evocazioni, simboli,e raffigurazioni bibliche ispirate all’Antico e Nuovo Testamento. Ecco che allora, in uno schema di impostazione pittorico delle volte tipico della predente cultura classica, trovano posto, anche se ancora timidamente e con forme pressocché pompeiane, le prime scene veterotestamentarie, segni di un cristianesimo che già alla fine del II secolo, e per la prima volta qui a Napoli, quale anteprima assoluta, dimostra di essere alla ricerca di proprie autoctone espressioni.
Al centro della volta troneggia ancora una dea alata Nike, che si alza in volo tra cupidi, decorazioni floreali e faunistiche che ripropongono sistemi e stili pittorici della iconografia pompeiana.
Le scene bibliche riproducono invece le figure di Adamo ed Eva, Davide e Golia e una inedita scena tratta dal testo catechetico, scritto in lingua greca nella zona di Cuma alla metà del II secolo, de "Il Pastore di Erma".

Tra le scene cristiane più antiche raffigurate nella volta è da annoverare un affresco (primi decenni del III sec) che costituisce un vero e proprio unicum dell’arte paleocristiana. Si tratta una composizione ispirata a due passi del Pastore di Erma, antico libretto in greco, composto verso la metà del II secolo, nella' area cumana, e che ebbe straordinaria diffusione in Occidente e in Oriente tanto da essere considerato, in taluni ambienti quale scrittura ispirata. Tre fanciulle sono raffigurate intente alla costruzione di una torre: due hanno tra le mani i grossi mattoni squadrati che simboleggiano i battezzati puri di spirito, e una terza li sta mettendo in opera, realizzando così la costruzione della torre della chiesa. Sparsi ai piedi della torre si intravedono massi spigolosi rifiutati dalla costruttrice: si tratta dei battezzati peccatori il cui unico motivo di salvezza sarà la misericordiosa mano di Dio Padre che li raccoglierà e li rimetterà giustamente sulla torre.
La torre è poggiata sulla roccia e non sull’acqua, come invece Erma contemplò nella “visione”; in realtà le vergini dimostrano di portare i massi da lontano, certamente dal profondo delle acque (l'acqua è il simbolo di battesimo per eccellenza), così come correttamente recitano i passi della IX “similitudine” del testo originale.
Il significato battesimale e penitenziale della scelta cristiana è qui rappresentato con grande decisione e certamente risultava chiaro anche a chi conosceva lo scritto di Erma: l’artista, infatti, lavorava in un tempo in cui il Pastore veniva ancora letto pubblicamente o circolava tra i fedeli.

L’affresco dei progenitori (primi decenni del III sec), visibile nel soffitto del vestibolo della catacomba superiore, è davvero meraviglioso.
Alla virile statuaria robustezza di Adamo si contrappone la delicata figura di Eva, la quale sembra volgergli le spalle, che tiene il frutto nella mano destra. La scena rivela la drammaticità insita nella scissione dell' unità umana, conseguenza del peccato originale: il braccio di Adamo si protende in una tragica disperata ricerca della sua metà, ricerca spezzata dall' albero della vita, mentre Eva, leggiadra nel suo incedere, volge lo sguardo verso la scena che sta avvenendo alle sue spalle. Sull’albero, al centro, non fu dipinto il serpente, che non mancherà mai nelle frequentissime successive rappresentazioni della stessa scena nelle catacombe.

La scena ricorda la vittoria del piccolo Davide contro il gigante Golia. Nel suo genere è un unicum. Infatti, nel repertorio iconografico paleocristiano, generalmente, Davide ha la fionda in posizione di riposo, a voler sottolineare un' intenzionalità di un gesto che, di lì a poco, avrebbe compiuto. Nel nostro caso, invece, Davide è colto nel momento stesso in cui l' azione sta avvenendo: quindi all' intenzionalità si è sostituita la vittoria nell' attimo in cui sta avvenendo; alla staticità una drammatica dinamicità. Davide vince, quindi i cristiani vincono la loro lotta morale contro il peccato.
In quest' affresco, purtroppo molto deturpato dal tempo, mentre è perfettamente visibile la figura di Davide, manca quasi completamente l' effige di Golia.


Edicola della Croce


L’edicola della croce costituiva l’ingresso alla basilica major di S. Gennaro (V-VI sec.). La croce raffigurata invitava i fedeli che entravano in basilica a segnarsi, dopo aver effettuato l’abluzione nell’acqua, raccolta nel cantharus, posto sotto l’edicola, del quale ci resta solo la base di forma circolare, ed alcuni frammenti ritrovati come materiali di riempimento nelle tombe ispezionate negli scavi del 1992.
Il luogo prende il nome dall’affresco qui rappresentato, raffigurante una croce uncinata, tipica dei primi motivi iconografici cruciferi dell’età paleocristiana. La croce è decorata alternando bande bianche a bande rosso porpora per esaltare il senso prospettico dell’immagine.
Ai quattro lati, su fondo bianco, si staglia l’iscrizione IC [croce] XC / NI [croce] KA, invocazione che vuole esaltare il significato di questa effigie, in origine emblema di mortificazione per i cristiani. Questi infatti fino al secolo III non possedevano il concetto della croce come oggetto di culto, anzi è certa una forma ripugnanza ad accettare la croce e quindi la realtà iconografica del crocifisso.
Paolo per primo parlò della croce come segno di salvezza e sintesi della dottrina cristiana, insistendo sul valore della sofferenza e della morte redentrice di Cristo.
La croce è diventata simbolo del cristianesimo, in seguito alla soppressione della condanna alla crocifissione da parte di Costantino e, soprattutto, grazie alla leggenda del ritrovamento della croce di Gesù (e la relativa festa), nata dalla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario (anno 325). Fu allora che si sviluppò il culto della croce, dando luogo a una ricca letteratura omiletica e a numerosi edifici, sorti con lo scopo di glorificare la croce.

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A cura di Studio Klain di Giuseppe Klain
StudioKlain 2007